La Città Nuda, intervista a re-Biennale

rebiennale rassegna stampa

di Nicola Simion (Torino, Italia)

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“Cerchiamo di inquinare il meno possibile, dare nuova vita a materiali e oggetti, così da renderli di tutti invece che di pochi o addirittura di nessuno”.

Questa intervista è stata realizzata il cinque Giugno 2015, grazie alla partecipazione di Niccolò Bocenti (cofondatore di re-Biennale quanto attivista di ASC), nel giardino di Ca’ Bembo a Venezia.

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Qual è la genesi del progetto re-Biennale, partendo dallo slogan Common Beyond Building che accomuna il progetto stesso e la Biennale 2008?

Niccolò Bocenti: Come abitanti / attivisti di Venezia abbiamo sempre visto la Biennale come un grande evento culturale internazionale che si comporta in modo ambivalente: da un lato si dimostra capace di captare le istanze artistiche controcorrente più underground, dall’altro sembra ricorrere alla città di Venezia solo come semplice “vetrina”, generando reddito limitatamente agli addetti ai lavori, senza dialogare con i soggetti che, a vario titolo, potrebbero diventare parte attiva e capace quindi di generare valore non solo strettamente sul piano economico.

L’idea è nata quando si è deciso di mettere a sistema, finalmente in modo virtuoso, una prassi storicamente consolidata presso i veneziani: sottrarre nottetempo i rifiuti edili di risulta a chiusura della Biennale, in concerto con le maestranze, coscienti della mancanza di un vero e proprio piano di smaltimento / riciclaggio / recupero del materiale dei padiglioni stessi. Nel 2008 si è quindi creata una rete tra le varie associazioni sensibili a questa tematica per iniziare un processo di ufficializzazione di tale pratica, al di là delle criticità endemiche, date sia dallo scarso dialogo tra gli attori coinvolti sia dal risvolto ecologicamente inaccettabile della manifestazione stessa.

La produzione di materiale edile di alta qualità impiegato solo per un periodo limitato di tempo, senza prevederne lo smaltimento, vanifica, almeno sul piano concettuale, la sostenibilità dell’evento stesso; la logica, ancora una volta, è solo economica e ha come obiettivo quello di minimizzare i costi massimizzando i profitti e producendo quindi un’enorme quantità di scarti ormai inutilizzabili.

Visto il respiro internazionale della Biennale, si è deciso di contattare collettivi, associazioni e soggetti di vario genere a livello europeo. I primi sono stati gli Exyzt che esponevano al Padiglione Francia un loro progetto; sono poi seguiti gli Stalker On / Casilino 900, gli olandesi di 2012Architecten e Millegomme /Refunc, oltre a molti altri collettivi italiani, francesi e tedeschi. La rete di relazioni che abbiamo generato ci ha permesso di conoscere Emiliano Gandolfi che durante quell’edizione era il curatore del Padiglione Italia e fin da subito ha preso a cuore le nostre istanze: si è così avviato, pur con molte difficoltà, il progetto re-Biennale che, dal 2008, prosegue fino a oggi.

Quali soggetti locali hanno partecipato più o meno attivamente nell’organizzazione e gestione dell’iniziativa?

Niccolò Bocenti: I soggetti che per primi si sono attivati sono stati il Laboratorio Occupato Morion e l’ASC (Agenzia Sociale per la Casa, oggi Assemblea Sociale per la Casa) di Venezia: la ragione è stata la contingenza degli eventi che hanno visto i vari attori interessati all’iniziativa, come già parte dei soggetti citati, i quali storicamente erano sensibili alle criticità veneziane e cercavano in vario modo di porre rimedio alle mancanze dell’amministrazione.

Quali sono stati gli obiettivi sul corto, medio e lungo termine, in sinergia con Emiliano Gandolfi (curatore del Padiglione Italia) e IUAV (Istituto Universitario di Architettura di Venezia)?

Niccolò Bocenti: Il ragionamento è iniziato proprio con il collettivo francese Exytz, determinando una timeline che, già all’epoca, si estendeva fino al 2015 e aveva la finalità di creare un progetto più strutturato. L’obiettivo iniziale era essenzialmente di creare un cantiere sociale di autoproduzione / autorecupero con i materiali esausti della Biennale stessa; questa necessità nasce dalla cattiva abitudine dell’architetto contemporaneo, il quale parte spesso dal progetto e non dai materiali a sua disposizione, che possono, così facendo, diventare cifra significativa di quest’ultimo, in concerto con i cittadini e le persone che effettivamente usufruiranno degli spazi coinvolti. La riqualificazione di spazi abbandonati e la creazione di nuovi spazi pubblici si sono caratterizzati come vertenze urbane identificate, di volta in volta, in modo puntuale.

Lo IUAV ha recepito ben presto questa necessità attraverso la figura del Prof. Carnevale, ex preside, il quale ci ha dato la possibilità di realizzare un vero e proprio workshop didattico, utile a conferire agli studenti crediti formativi o di tirocinio utili a caratterizzare il percorso di laurea, con la finalità di innalzare il valore della didattica ed estenderla su un piano orizzontale e partecipativo. Proprio in quell’anno nasceva a Venezia il movimento studentesco Onda, che combatteva l’idea di tirocinio non retribuito e cattiva formazione universitaria non rispondente alle necessità lavorative del presente; le lezioni e i laboratori allo IUAV si sono così arricchiti di contributi da tutta Europa, si sono potuti instaurare contatti diretti con i curatori dei vari padiglioni della Biennale e lavorare, finalmente alla luce del sole, nello smaltimento dei padiglioni stessi.

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Quante edizioni di re-Biennale si sono tenute dal 2008 fino a oggi e in quali anni?

Niccolò Bocenti: Dal momento che re-Biennale non è solo architettura ma anche arte, dal 2008 fino al 2014, si è svolta tutti gli anni con modalità e presenze diverse.
Nel 2008 ha accompagnato tutto il periodo precedente e successivo all’evento, come precedentemente descritto.

Nel 2009 ha portato a molteplici risultati: la realizzazione del Padiglione del Kurdistan, sempre in collaborazione con Exyzt, impiegando parte del materiale messo a cantiere l’anno precedente; l’attivazione di una serie di laboratori sperimentali con la terra cruda, eredità dell’opera di Frank Gehry, vincitore del Leone d’Oro alla carriera, coinvolgendo le scuole elementari del Lido di Venezia con l’obiettivo di realizzare le scenografie per la recita scolastica di fine anno; la realizzazione di opere di ammodernamento all’interno del Morion stesso, grazie al supporto di altri collettivi (Exytz, Pirate Bay, Bellinux e Global Project); l’inizio di una nuova collaborazione con lo IUAV, che ha avuto come risultato il workshop Anomalie Urbane e ha generato una serie di conferenze tematiche, una per tutte quella degli Archizoom, oltre a laboratori gestiti insieme a iStrike, Magda Sayeg, Guerrilla Gardening, Do Knit Yourself e Refunc. Il primo risultato tangibile è stata la produzione di arredo urbano per un giardino abbandonato pubblico recintato in Santa Marta e per Ca’ Tron, la sede del corso di laurea in Pianificazione Urbana e Territoriale, che versava in stato di abbandono. In ultimo, grazie a Dustin Tusnovics, docente dello IUAV, è stato organizzato un laboratorio di autocostruzione con la finalità di costruire un prototipo in scala 1:1 di una scuola elementare nella township di Johannesburg, in Sud Africa.

Nel 2010 re-Biennale ha partecipato principalmente al Salone del Mobile di Milano, in collaborazione con Do Knit Yourself.
Insieme a SaLe Docs e sempre grazie ai materiali di recupero della Biennale, invece, sono stati organizzati una mostra dell’architetto Yona Friedman e l’evento Critical Book & Wine a Venezia, per il quale sono stati costruiti gli stand espositivi.
Il British Council, gestore quell’anno del Padiglione Gran Bretagna (Villa Frankenstein), ha altresì permesso, sempre insieme a Exytz, di partecipare alla progettazione del padiglione stesso, così da applicare concretamente il paradigma della sostenibilità: il risultato, puramente tecnico, ha permesso fin dalla fase di progettazione di pianificare lo smontaggio e quindi lo smaltimento differenziato dei materiali edili.

Nel 2011 è iniziata la collaborazione con lo studio di progettazione tedesco Anything is Possible, con quello olandese di BAK e con l’UNESCO per il recupero del Padiglione nomade, legato alla cultura rom. Un’altra importante collaborazione è nata con l’artista tedesco Thomas Kilpper che esponeva al Padiglione Danimarca Revolutionary Free Speech, costruendo un legame profondo dato dalle medesime istanze culturali e sociali e finalizzando lo smantellamento del padiglione stesso, a cui è seguita la progettazione condivisa di un nuovo spazio, proprio all’interno del SaLe Docks.

Nel 2012 abbiamo dato vita a una fruttuosa collaborazione, che si è protratta sino al 2014, con la fondazione francese Cite de l’Architecture in occasione di Gaudi, la competizione internazionale per gli studenti di architettura europei.
I tre vernissage della competizione si sono tenuti proprio nei locali del Morion, in concomitanza con l’inaugurazione della Biennale stessa: 30 studenti  sono stati ospitati negli spazi del Centro Sociale per realizzare gli elaborati dei loro progetti, da collocare proprio alla Biennale; sempre nello stesso anno, grazie al Padiglione India Anumapama Kundoo, si è proceduto all’ormai consolidato smontaggio del padiglione stesso.

Nel 2013 si è collaborato con la storica compagnia teatrale italiana Motus e con altri soggetti per la progettazione di una scenografia. Sempre con SaLe abbiamo pianificato l’allestimento di Open, mostra collettiva di giovani artisti.
Nel 2014, i materiali recuperati sono serviti anche per la costruzione del pavimento di un asilo di Venezia; in quell’anno è proseguita l’ufficializzazione di re-Biennale, grazie all’appalto per lo smantellamento del Padiglione Germania, finalmente in forma salariata e strutturata; si è resa necessaria, pertanto, l’apertura di partita IVA, per crescere in modo legale e dare un’idea di inizio di reddito a molti di noi.

In che modo l’iniziativa si è evoluta negli anni, dal punto di vista del numero di partecipanti, grazie al coinvolgimento di studenti e architetti?

Niccolò Bocenti: Nel 2008 c’è stato un buon riscontro da parte degli studenti nell’ordine delle 10-15 persone. Nel 2009, grazie al workshop Anomalie Urbane, è aumentato l’interesse verso l’iniziativa e i numeri più importanti si sono visti proprio durante le conferenze, grazie alla caratura degli architetti coinvolti (Andrea Branzi, Archizoom, Exytz, Refunc) e alle tematiche molto attuali; in questo caso, si parla di più di 50 persone, mentre nella fase operativa successiva di 10-15 studenti. Dal 2012, grazie alla competizione Gaudi, sono stati ospitati una media di 30 studenti per ogni edizione. L’iniziativa del Prof. Tusnovics ha portato circa 20 studenti a partecipare al suo laboratorio di autocostruzione; differentemente dagli studenti, il gruppo degli organizzatori è rimasto compatto e solidale, quantificabile in un massimo di 3-5 persone. In ultimo, i curatori / architetti / artisti che ci hanno supportato sono stati in primo luogo gli Exytz, con i quali si è mantenuto un rapporto più continuativo nel tempo, mentre in tutti gli altri casi ci siamo legati agli attori che sono stati invitati per organizzare la manifestazione, i quali logicamente cambiano di anno in anno.

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Come è stata la risposta dello IUAV, delle istituzioni e dei media?

Niccolò Bocenti: La risposta istituzionale in ambito accademico è stata molto buona negli anni della collaborazione con loro, grazie ai vari laboratori e al workshop; in futuro, ci proponiamo di strutturare in maniera ancora più stretta il nostro rapporto con ulteriori nuove proposte. Differentemente, le istituzioni cittadine, Biennale in testa, sono state sempre restie a proporci collaborazioni e crediamo che spetti quindi prima di tutto a noi metterci in gioco per innescare un processo virtuoso con i soggetti pubblici locali. Questo può essere legato alla sfumatura che ognuno dà al concetto di sostenibilità, che può essere visto solamente come green economy o come paradigma di rinnovamento sociale. I media locali, infine, non si sono mostrati troppo interessati a re-Biennale, se non nelle fasi iniziali del progetto, a differenza di quelli a livello nazionale: sono stati scritti, infatti, diversi articoli da parte de Il Manifesto nei vari anni, Abitare ha pubblicato un articolo sul suo blog.

Come stanno rispondendo le istituzioni nei confronti dell’iniziativa oggi?

Niccolò Bocenti: Pur avendo cominciato re-Biennale come progetto in antitesi alla prassi consolidata della Biennale stessa, si è sempre cercato un dialogo aperto con i soggetti coinvolti; all’inizio hanno esplicitamente cercato di ridurre la pervasività della nostra iniziativa, mentre dal 2010 avviene regolarmente un incontro preliminare alla Biennale stessa con i vertici, per cercare un punto di incontro tra le loro vertenze e le nostre, sia in modo ufficiale che ufficioso, in caso la loro posizione non lo permetta ancora. Questo passo importante investe principalmente tre aspetti: logistica, trasporti e comunicazione, così da rendere più efficiente la second life dei materiali edili. Il paradigma di superuso in architettura si sta diffondendo e lo stiamo riproponendo a ogni Biennale, così da dare una seconda vita agli oggetti, anche nella loro forma originaria, senza l’impiego diretto di energia di trasformazione e in modo da non snaturarne la forma dove possibile; per esempio, sono stati recuperati dei semplici sgabelli artigianali di legno dal Padiglione Kosovo, così da poterli utilizzare negli asili dove ci sono a tutti gli effetti gli unici utenti che possano apprezzarli, i bambini.

Quali sono stati i risvolti pubblici per Venezia e il territorio, in ambito sociale?

Niccolò Bocenti: Sono stati moltissimi e in gran parte già citati nelle altre varie domande, in quanto partiamo dal presupposto che re-Biennale si occupa di stoccare materiale edile di scarto per la progettazione di cantieri sociali, attraverso il coinvolgimento di quante più persone possibili. Il SaLe e il Morion ne hanno beneficiato sia dal punto di vista di costruzione di spazi e locali, che prima erano degradati, sia per la riqualificazione di locali sfitti che sono stati occupati dall’ASC (Assemblea Sociale per la Casa) e poi consegnati a famiglie a basso reddito e bisognosi. Nel 2009 la riqualificazione del giardino pubblico chiuso a Santa Marta ha portato all’effettiva riapertura dello spazio, che vive ancora oggi ed è stato riconsegnato a studenti e cittadini. Nel 2010 sono state prodotte delle panche con l’Associazione Italiana Persone Down Venezia-Mestre di San Francesco della Vigna, nell’omonimo campo, insieme ai ragazzi. Nel 2013 c’è stata la costruzione dell’intera pavimentazione di un asilo a Fondamenta Nuove in Venezia.

Attraverso piccoli gesti concreti abbiamo permesso ai cittadini di vivere contesti prima in disuso, innescando in loro altri gesti altruisti che si autoalimentano grazie alla scintilla iniziale. Da poco gli studenti del collettivo LiSC (Lista Saperi Critici) di Ca’ Foscari hanno occupato il giardino di Ca’ Bembo, che era stato chiuso per fantomatiche teorie sulla presenza di diossina e ora diventato spazio polifunzionale dove stiamo realizzando quest’intervista; il motivo principale di questa operazione è stato, inoltre, l’opposizione al processo generalizzato di svendita degli spazi dell’università da parte dell’attuale rettore. Oggi il parco è popolato da bambini che giocano allegramente, dal momento che, in precedenza, era il giardino di pertinenza del limitrofo asilo, che ne era stato privato, suscitando l’indignazione delle mamme che si sono associate a LiSC. Sono appena tornato da Padova, dove gli allestimenti della libreria (circa 80 mq) dello Sherwood Festival, evento musicale molto importante, sono stati costruiti proprio grazie al materiale del Padiglione Germania dell’anno scorso.

Il blog che pubblica questa intervista si chiama La Città Nuda, in che modo avete spogliato Venezia e l’avete resa nuda?

Niccolò Bocenti: La nostra idea è sempre stata quella di “spogliare” la città della sua veste di città “vetrina”, che sfrutta l’idea di Venezia senza restituire niente a chi la vive tutti i giorni e forse non partecipa direttamente neanche ai grossi eventi che qui si organizzano. Noi, che per lo più siamo “barbari”, ragazzi venuti da fuori e che vogliono vivere realmente Venezia perchè la amano e la rispettano dal profondo, cerchiamo quindi di “rivestirla”, con un’idea di convivialità e sostenibilità ambientale, architettonica e sociale. Cerchiamo di inquinare il meno possibile, dare nuova vita a materiali e oggetti, così da renderli di tutti invece che di pochi o addirittura di nessuno.

Immagini:

  1. Niccolò Bocenti a Ca’ Bembo (Venezia)
  2. Bambini che giocano nel giardino di Ca’ Bembo (Venezia)
  3. Giardino urbano recuperato da re-Biennale a Santa Marta (Venezia)

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