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Cultura precaria – intervista a Judith Revel

Rebiennale rassegna stampa

Cultura Precaria
da “il Manifesto” 2 settembre 2009

Si intitola «Formazione e fabbrica della cultura nella crisi» il dibattito in programma domani. Organizzato dall’Onda anomala di Venezia, all’incontro partecipano Pierluigi Sacco, economista e docente Iuav, Monique Veaute, direttrice di Palazzo Grassi, Andrea Fumagalli, economista e Judith Revel, filosofa e docente all’Universitè Paris I. E proprio con Revel abbiamo anticipato i temi del dibattito.

Oggi la fabbrica della cultura non è così diversa dalla fabbrica tradizionale: uso massiccio del precariato, delle esternalizzazioni, della flessibilità.Credo che la parola cultura così come la parola produzione, siano termini da ridefinire. Così come si è pensato il mondo della produzione materiale come un mondo ignorante e grezzo, si è considerato la cultura come un fatto quasi aristocratico, che implicava fenomeni di rarefazione sociale. Oggi il fatto che la produzione si sia spostata sempre più in modo egemone su elementi immateriali anche dentro la produzione materiale fa sì che l’elemento del sapere, la circolazione dei saperi sia determinante per la produzione. Venezia è sì fabbrica di cultura perché ha musei, gallerie, fondazioni. Questo è vero. Ma qui c’è anche un’università importante che è un bacino di saperi e qualificazioni. La cosa nuova è che si è stabilito un rapporto tra le istituzioni culturali il cui circuito si è fissato nel secondo dopoguerra, e il mondo universitario, che era abbastanza distaccato da quella realtà.

Per quale ragione?

Anche per motivi banali: perché la città era troppo costosa per gli studenti, che si limitavano ad attraversarla ma rimanevano estranei a ciò che essa poteva offrire. Oggi, i precari della cultura sono gli stessi che studiano allo Iuav, e viceversa, gli studenti sono allo stesso tempo gli utenti dei luoghi della cultura, un pubblico potenzialmente prezioso per le istituzioni culturali della città, e un serbatoio di mano d’opera qualificata. I due mondi s’incontrano, e va aggiunto a questo punto un terzo mondo, che è quello dell’economia, dei processi di valorizzazione.

Cos’è oggi il valore?

Ho visto in questi giorni la metà della Biennale, nei padiglioni nazionali dei Giardini, era tanto che non percepivo – forse dalla Biennale di architettura curata da Fuksas dieci anni fa – una linea politica cosi netta. Una sorta di filo che si aggroviglia attorno all’implosione dello stereotipo del benessere materiale: gli appartamenti pieni di beni ammassati, la superficie liscia del design, l’apparire… Esemplari, se vuoi, mi sembrano il padiglione danese e quello finlandese, in parte anche quello francese. Come se ci fosse i gioco la consapevolezza che la mercificazione è ormai arrivata a un punto che essa stessa non può più sostenere – perché in realtà la vera ricchezza è altrove. Stiamo attenti, con questo non voglio dire – e il pericolo di fraintendimento è grande, lo so – che si tratta di tornare a essere poveri per essere felici, o che il rifiuto del consumo basti ad assicurarci una pseudo-purezza etica e politica: mi stupisce sempre che gli addetti della decrescita non abbiano mai pensato quanto può essere osceno quel tipo di discorso – viviamo senza niente per vivere felici – quando realmente i tre quarti del pianeta sta in miseria. Vallo a dire tu a uno che ha fame che deve consumare meno… Insomma, l’ultimo lusso può essere anche questa deprivazione volontaria, un po’ come le diete, con l’inevitabile discorso moralistico che accompagna in generale i «colpi di scena» del mondo degli abbienti…

Ma alla Biennale il tono mi sembra felicemente diverso.

Sì, alcuni padiglioni sembrano semplicemente puntare la contraddizione nella quale si trovano: ma come, ci chiedete opere d’arte come se fossero oggetti di design da accumulare, e che finiranno – alla meglio – in musei o fondazioni, o un qualche caveau di banca, proprio nel momento in cui non è tanto un oggetto a contenere o ad incarnare valore bensì quel groviglio di idee, circuiti, cooperazioni, modi di agire e d’immaginare, che invece, il valore, lo producono! Se vuoi, è come se la Biennale si fosse incaricata di aggiungere un capitolo al saggio benjaminiano sull’opera d’arte all’epoca della sua riproducibilità. Oggi, non è la produzione seriale il problema. Piuttosto: cos’è l’opera d’arte quando è la produzione sociale che innerva i processi di valorizzazione? E allora, come lo fa scherzosamente il padiglione danese, si può pure appendere sul padiglione stesso un pannello «affittasi» con tanto di numero di telefono di un finto real estate: il mondo è cambiato.

Quanto la formazione è cambiata o dovrebbe cambiare?

È, credo, assai ovvio che buona parte della formazione universitaria sia fatta per mantenere gli studenti in uno statuto di cecità – per esempio martellando loro che la centralità del lavoro «vecchio stampo» – quello fordista, per intenderci – esiste ancora; ma che, paradossalmente, devono accettare elementi nuovi – una disoccupazione ormai massiccia, e, quando il lavoro c’è, una flessibilizzazione e una precarizzazione assolute. Quell’apprendimento precoce del silenzio e della docilità, in cui ci si piega davanti a condizioni di lavoro che massacrano tutta la vita, mi sembra avvenga già all’università. Ti si chiede di laurearti in un settore in cui c’è impiego. Ma contemporaneamente, ti si chiede anche di essere polivalente, e pronto a fare un lavoro per il quale non sei formato. Si vuole dagli studenti qualificazione, ma l’università paradossalmente impone loro una dequalificazione massiccia, e l’accettazione della messa in gioco di tutta la sfera della vita – del tempo libero, degli affetti, della sessualità, della sanità, dell’alimentazione e via dicendo.

Insomma, cultura uguale merce.

Tutto questo passa attraverso la struttura universitaria, i meccanismi di reclutamento e/o di cooptazione, i programmi, l’organizzazione materiale dei luoghi del sapere: tutto è fatto per nascondere a chi produce sapere – la comunità degli studenti, dei ricercatori, dei lavoratori amministrativi e tecnici tutti insieme – quanto vale questo sapere, quanto fa gola al capitale. Li si abitua a pensare che il sapere è come una lattina di coca-cola: basta pagare e ingoiare, anche se fa male! E invece, il sapere, sono loro. Il valore, lo producono loro. Ne sono espropriati. E allora, cosi come anni fa, si diceva che la fabbrica doveva essere degli operai, oggi l’Onda cerca di riappropriarsi di istituzioni che sono sue. A Venezia e altrove, oggi, parlare di università e parlare di fabbrica è la stessa cosa. Forse bisognerebbe allargare ancora la cerchia: università, certo, ma anche pezzi interi di precariato più o meno organizzato, migranti – penso alle badanti, di cui si parla molto in questi giorni – artisti, informatici, designers, insegnanti, casalinghe e casalinghi…

Cosa hanno in comune?

Semplicemente questo: fanno tutti parte di una produzione ormai diventata sociale e immateriale. Creano valore direttamente; o ne sono la condizione di possibilità. Se si fermano, si ferma il paese. Hai mai pensato cosa succederebbe se scioperassero le/i badanti in tutto il paese? Il capitale ha tentato di costruire un modello per gestire e sfruttare la produzione sociale. Si chiama finanziarizzazione – e sappiamo come è andata. La soluzione non è in un ritorno al capitalismo di mamma e papà, quello solido, virtuoso, materiale – quello della linea di montaggio e dei tre 8. La soluzione è di riprenderci tutto quel valore. Come recitava uno slogan dell’Onda quest’inverno – ricordato all’ingresso di Global Beach 2009: Give me back my money!

Il movimento studentesco dell’Onda è stato dirompente. Che pensi succederà ora?

Non so qui in Italia. Però mi sembra che la risposta repressiva che esiste, e che cresce sempre di più, sia molto più pesante di quello che immaginiamo. Siamo accecati dalla sceneggiata napoletana di Berlusca and friends, ne ridiamo. A volte, ho l’impressione che dietro a tutto questo, ci sia da temere il peggio. Dietro alle tette e ai culi, c’è un altro tipo di oscenità, molto più pesante. Recentemente ho rivisto a Parigi il Salò di Pasolini. Fa un certo effetto, dopo, guardarsi intorno. Però mi sembra anche che gli spazi siano tanti, e che i movimenti continuino a strapparli, a investirli, a torcerli, a mangiarseli. Non solo: c’è tutto un sapere delle lotte che si accumula, una sedimentazione delle esperienze, un divenire-politico sempre più diffuso, anche in mondi finora piuttosto estranei alle realtà italiane «di movimento». Solo a Venezia, negli ultimi 24 mesi: Rebiennale, che ha coinvolto la gente dei quartieri, i compagni, gli studenti di architettura e dello Iuav, i padiglioni «ufficiali» della Biennale, ma anche collettivi di architetti venuti da tantissimi paesi, sociologi, urbanisti, filosofi; oppure il reinvestimento del Morion, la funzione strategica di Sale-Docks. In ciascuna di queste realtà, l’università è un elemento centrale. L’Onda ha attraversato in modo potente moltissimi fronti di lotta. Forse è là che sorge il problema che dovremo d’ora in poi risolvere, e che per me rimane pesantemente aperto: il pericolo è di non riuscire ad articolare – non dico unificare, sarebbe tremendo: no, piuttosto legare nella loro diversità – esperienze e soggettività politiche diverse.

In Francia la protesta è stata dirompente. È servita a qualcosa?

Abbiamo fatto quasi un intero semestre di sciopero universitario, ma l’incapacità che abbiamo avuto di costruire comune a partire dalle varie componenti del movimento – studentesco, dei ricercatori precari e non, degli agenti amministrativi e tecnici, della sanità e degli ospedali, degli intermittenti, dei migranti con o senza papiers – ha pesato enormemente. Abbiamo perso. Ha perso il corporativismo che ancora esiste nel movimento, e che blocca il riconoscimento della dimensione comune delle lotte: lotte biopolitiche, lotte per una vita socialmente e politicamente qualificata, lotte per riprenderci quello che è nostro, lotte per reinventare istituzioni all’altezza di questo comune, vale a dire una democrazia assoluta.

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